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Der Baader Meinhof komplex (frammenti sparsi)..

venerdì, 14 maggio 2010

 

Stefan Aust parla della Roten Armee Fraktion  (o RAF), le Brigate Rosse tedesche.

Il gruppo formatosi nel 1967 e definitosi inizialmente “gruppo di radicali di sinistra”.

 

La Germania Occidentale ha fatto i conti con gli anni del terrorismo di matrice marxista in modo “radicale”: nessuno si sogna di invitare a parlare un ex-terrorista e molti appartenenti ai gruppi armati si sono visti rifiutare la grazia dal Presidente Kohler perchè “non convinto del concreto e tangibile pentimento di certi protagonisti”.

 

Qualcuno potrebbe pensare che in Germania la violenza sia tabù.

Non la si accetta e non la si perdona.

 

In realtà quello che è passato alla storia come suicidio collettivo avvenuto in carcere dei capi della RAF, Baader, Meinhof, Ensslin e Jan-Carl Raspe, non conforta questa idea.

 

È nello spirito  dei tedeschi prendere la vita con serietà e averne una visione drammatica nella confusione di bene e male.

 

Infatti nazisti erano l’anello di una catena che aveva generato quel potere e quel controllo (non erano fuori controllo come qualcuno dice)  e infatti dicevano: “abbiamo agito perchè ubbidivamo e lo abbiamo fatto per la razza ariana”.

 

Ciò è apparentemente l’opposto di quanto accaduto nel nostro paese.

 

Ma questa non “radicalità” non si lega al grado di maggiore civiltà o libertà o almeno di flessibilità strategica del nostro paese.

Un paese tenuto in realtà allo sbando culturale e politico.

Si lega in realtà al grado di manipolazione demagogica dello Stato:  che diviene radicale contro lo Statista Moro, garantendo così uno status-quo iniquo e perverso.

 

È nel nostro spirito  prendere la vita per un gioco e averne una visione da commedia nella confusione di bene e male.

 

Da noi gli unici integralisti e apocalittici sono due tipi di umani: i mafiosi e camorristi che per questo sono coinvolti, in forma indiretta, al tavolo delle trattative negli affari dello Stato; le corporazioni segrete che agiscono “dietro le quinte” e che possono coincidere con lo Stato.

In funzione di questa radicalità indiretta sono stati usati persino i Brigatisti.

 

Ho pensato a volte alla questione del fascino esercitato (universalmente) da chi agisce con determinazione per un ideale: anche quando l’azione militante genera morte e distruzione.

 

Il carisma esercitato dalla mafia o dal nazismo infiamma un popolo grezzo e disperato. Oppure il popolo dei  disposti a tutto pur di esistere.

 

I terroristi, idealisti spinti da un ethos, che si giocano tutto per mettere in pratica degli ideali, infiammano spiriti molto meno grezzi ma disincanti e disillusi e cioè coloro che non hanno trovato sbocco d’azione e sono rimasti impantanati nello “status-quo“.

 

In effetti una cosa che possiamo dire con sicurezza è che il terrorismo (a differenza del nazismo o della mafia) sorge quando il livello di degenerazione culturale a cui è giunto lo Stato è talmente approfondito, da consentire delle posizioni contrapposte radicali non sempre distruttive.

 

Ad es. dalla simonia della Chiesa nacque, nell’odio, Frate Dolcino;  con maggior fortuna ed equilibrio il Protestantesimo; come soluzione con valore assoluto il Francescanesimo.

 

Per alcuni parlare di questi argomenti (o parlare con un ex-terrorista) è un’esperienza profondamente irritante e difficile; per altri significa entrare in contatto con una dimensione strana: la necessaria radicalità che ad un certo punto occorre esigere da noi stessi di fronte alla per-versione del potere.

 

Massimo Maietta


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